sabato 6 febbraio 2016

l'autocommiserazione «Il nostro peggiore nemico»


E' una ingiustizia però: la sindrome di Calimero.

Chi, almeno una volta nella vita non si è sentito Calimero? Il pulcino piccolo e nero della pubblicità in tv, che affronta una serie di avventure in cui, nonostante il suo stato iniziale di "brutto anatroccolo" abbandonato dalla famiglia ed esposto alle cattive compagnie, viene riscattato dalla bontà dell'olandesina, che dimostra che non è nero, ma solo sporco!


Non sempre il bene e la verità trionfano, nonostante la sua buona fede ed onestà.


Il mondo di Calimero non è apertamente ostile, ma anzi confortevole anche se popolato di aguzzini . In fondo anche le persone più felici del mondo probabilmente hanno provato, una o più volte nella vita, un momento di sconforto, ossia un profondo senso di disagio interiore che può nascere per diversi motivi, alcuni evidenti, altri più misteriosi. Tra i primi possono essere indicati un lutto in famiglia o tra gli amici, qualche insuccesso in ambito lavorativo, il raggiungimento dell'età della pensione (e la mancanza improvvisa della routine quotidiana), la fine di un amore,...il furto del motorino!
Insomma siamo un esercito di Calimeri, che si lamentano, si affliggono, si fustigano nel tentativo di ricevere una parola di conforto.
Ogni giorno ce n’è una e l’autocommiserazione è sempre dietro l’angolo. Ma lamentarsi non porta nessun beneficio, anzi. Apparentemente credi di liberarti in questo modo di quel che non va, in realtà non fai che confermarlo. Perché il lagnarsi ti porta a vedere il mondo come uno specchio che ti rimanda solo infelicità e rafforza la tua immagine di vittima. E allora? Allora ti attacchi al fedele, caro pollice che tanto ci piaceva succhiare da piccoli. 

Autocommiserarsi significa succhiarsi il pollice, autocommiserarsi significa piangersi addosso, e l'autocommiserazione è la condizione in cui quelli che provano pietà per se stessi si crogiolano, o addirittura sguazzano.


Tuttavia l'autocommiserazione resta il nostro difetto caratteriale più comune e più universalmente vilipeso, del quale si dà per scontata la pestilenziale distruttività. «Il nostro peggiore nemico» lo chiamava Helen Keller.

Non ho mai visto un animale / commiserarsi ha scritto D.H. Lawrence, in un citatissimo sermoncino in quattro versi che a un esame più approfondito mostra tutta la sua tendenziosità. Un uccellino cadrà dal ramo stecchito dal freddo / senza essersi mai pianto addosso.
Povero uccellino, ma probabilmente saranno molte le persone che, nel corso dei periodi di sconforto, tenderanno ad esprimere giudizi; questo, anziché deprimere ulteriormente dovrebbe aumentare la presa di coscienza del problema, spingendo ad agire per risolverlo. Ho letto nel libro "Il piccolo psicologo - come imparare a diventare psicologo domestico i 5 lezioni" - che è importante, almeno una volta al giorno, riuscire a sorridere, non importa per che cosa (se lo fate soli, occhio a non sembrare degli idioti ridanciani) ; sarà sempre un primo piccolo passo per uscire dalla situazione difficile. Leggendo e studiando da chi consce bene la materia, ho capito che bisogna cercare di non chiudersi sempre più a riccio su se stessi; è importante uscire di casa - dicono gli esperti - , vedere amici (quelli simpatici, possibilmente), parlare delle proprie difficoltà ad altre persone (che, di nascosto, si toccheranno le palle o faranno gli scongiuri), cercando anche di fornire una mano a chi ha problemi (così formerete la cooperativa della sfiga), in modo da ritrovare parzialmente fiducia in se stessi e nelle proprie capacità ( uffa! Mi divertivo di più con il gioco del "Piccolo chimico" - 10 lezioni per inventare una pozione magica). 

In ogni caso: la mancanza di autostima e di autoconsapevolezza, insieme alla solitudine, è la causa principale e allo stesso tempo l’effetto di tali comportamenti largamente diffusi. Nel lamentarsi è insita la convinzione che prima o poi qualcuno verrà a salvarci (chi?). Più ci lamentiamo, più alimentiamo la convinzione di non essere forti e capaci abbastanza da vivere una vita serena autonomamente, delegando così il compito di attuare un cambiamento migliorativo nella nostra vita a qualcun altro che presto o tardi si accorgerà di noi, si renderà conto che abbiamo bisogno del suo aiuto, e ci salverà la vita. Il punto è che questo qualcuno non arriva mai.
Tuttavia di questi tempi ne abbiamo ben donde per lamentarci. "Era meglio quando si stava peggio", dicevano i nostri nonni. Può darsi. O forse no. Anzi: decisamente no! 

"Tu ti lamenti, ma che ti lamenti?" - diceva il grande Domenico Modugno - "Pigghia nu bastoni e tira fora li denti!".

Fonte
http://massimotacchini.blogspot.it/2015/12/e-una-ingiustizia-pero-la-sindrome-di.html

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